LiberaMente
Concorso di scrittura creativa
Un’incursione dove il pensiero è più libero,
tra sogni, desideri, paure,
gioie, amori, odi, delusioni, ricordi
Anno scolastico 2009/2010
“LIBERAMENTE concorso di scrittura creativa” è un progetto attivato presso la Scuola Secondaria di 1° grado Innocenzo per i ragazzi della scuola proposto a partire dall’anno scolastico 2000/2001, giunto alla decima edizione.
L’obiettivo è far recuperare agli studenti la dimensione positiva delle emozioni, facendole proprie senza timori e lasciandosi trasportare da esse per inventare e scrivere racconti che possano dare alla vita quotidiana un significato diverso. Con la possibilità di condividere questa esperienza con altri coetanei.
Questo progetto è nato dagli incontri che negli anni passati molte classi hanno avuto con scrittori del territorio (Lucarelli, Rigosi, Cotti e altri) e che hanno spronato gli insegnanti ad attuare Laboratori di scrittura allo scopo di aiutare i ragazzi ad impadronirsi di uno strumento importante che li rendesse capaci di esprimere le proprie emozioni, i desideri, le paure o le gioie, di capire come la fantasia e la creatività permettono di viaggiare lontano.
Sono così venuti alla luce numerosissimi racconti che sono stati esaminati da una giuria composta da insegnanti.
Questa piccola pubblicazione raccoglie i vincitori e alcuni altri racconti che sono stati segnalati per originalità, forma, contenuto e ricchezza espressiva.
La realizzazione di questo progetto
è stata possibile grazie al generoso contributo
del Gruppo HERA per i buoni libro concessi ai vincitori.
Altri buoni libro sono stati offerti dalla Libreria di Palazzo Monsignani.
L’assessorato alla scuola ha permesso la stampa di questo opuscoletto
Si ringrazia inoltre la COOP Ceramica di Imola
per gli oggetti artistici messi a disposizione
la casa Editrice "La Mandragora"
la Fondazione della Cassa di Risparmio per i libri gentilmente offerti
Primo classificato a pari merito Classi prime
UN CHICCO DI MELAGRANA
Lucia Ricci 1C
Davanti a me una sfera d’autunno: una biglia racchiusa in una spessa buccia gialla sfumata di rosso; me la rigiro tra le mani e sento che, nell’involucro liscio che custodisce i chicchi, c’è una crepa: segno che i semini, che protegge come una madre i suoi figli, sono succosi e pronti da mangiare.
Infilo il dito nella crepa e spalanco quella grotta che dovrebbe essere piena di granelli vermigli, ma davanti a me non c’è un frutto, ma un vaso dorato colmo di piccoli rubini luccicanti! Evviva, tra poco potrò saziarmi di pietre preziose!
Mi ricordo di quando, a cinque anni, ero arrabbiata perché a causa di una “febbriciattola” mamma non mi aveva fatto partecipare a una festa di compleanno con il mio vestito nuovo da principessa. Per consolarmi però aveva comprato questo frutto misterioso di cui non avevo mai sentito parlare: una melagrana che mi portò dopo averla sbucciata. Così vidi per la prima volta queste piccole schegge di rubini pregiati circondati di oro. Da quel momento, appena scorgo o sento parlare di melagrane, mi viene da pensare a quel giorno che iniziò senza colore, ma finì in allegria.
Trangugiavo i minuscoli semi e stavo per mettere in bocca l’ennesimo quando… «Ti prego, non mangiarmi; sono giovane, voglio vivere! Mettimi giù e non sognarti mai più di stropicciarmi così! Guarda che mi arrabbio e poi divento pericoloso! » mi guardai intorno per capire chi è che stavo ”stropicciando”, ma la stanza era deserta; mia sorella grande era in camera a leggere e mamma in piscina con Elena (mia sorella piccola). Eppure quella vocetta aspra come il sapore della melagrana io l’avevo sentita: che strano! Decisi di continuare a sgranocchiare i chicchi facendo finta di niente e di nuovo qualcuno o meglio qualcosa mi proibì di mangiarlo! Ebbi un’idea su chi appartenesse quella voce … ma no; era un’idea troppo irreale per essere vera, eppure … «Dico sul serio, sai?- continuò la Voce- se non mi metti subito giù …» finalmente me ne resi conto: quel suono proveniva dalla melagrana!
Misi il chicco che avevo ancora in mano davanti agli occhi e lo osservai; come gli altri era una sferetta rossa, opaca, con due sporgenze (evidentemente le orecchie); aveva anche due scintille curiose che parevano degli occhi; e una specie di segno subito sotto le due fiammelle, la bocca.
«Wow, tu parli!»
«Certo, cosa ti aspettavi? che fossi, forse, imbalsamata come le mie sorelle?»
«Beh … sì!»
«Non è così; oh, scusami se prima sono stato un po’ troppo antipatico. Il fatto è che: mi stavi per mangiare!!!!!»
«Dispiace anche a me per averti spaventato.»
Poi seguì un’interminabile pausa di silenzio imbarazzante: è sempre difficile fare conversazione con qualcuno per la prima volta, figuratevi con un chicco di melagrana! Comunque una domanda da porre l’avevo: «Come mai non vuoi essere mangiata? Non ti piacerebbe scoprire se sei o no il più buon chicco di melagrana nell’universo intero?»
«Le mie sorelle hanno questa ambizione; a me non interessa sapere di essere il chicco più buono del mondo, anche perché una volta mangiata non rinasco più.»
«Cosa ti piacerebbe diventare allora?»
«Il mio più grande desiderio è diventare il seme d’origine di un magnifico albero di melagrane. La melagrana, che già gli antichi Romani conoscevano, è il simbolo dell’amore appassionato: le spose ne intessevano i rami come corone da portare sulla testa durante il matrimonio. Per gli Ebrei rappresentava invece l’onestà e la correttezza; dato che i suoi semi sono 613 come le prescrizioni scritte nella legge, la Torah. Poi voglio conservare la tradizione di famiglia: essere un frutto speciale per una persona speciale, come il mio avo che ispirò Sandro Botticelli a dipingere quel magnifico quadro, la “Madonna del Magnificat”, conservato alla Galleria degli Uffizi a Firenze. Ti sembra ben motivata la mia risposta?»
«Certo! e visto che ci tieni così tanto ti seminerò io stessa!».
Mi procurai una paletta, un po’ di concime, una buona dose di olio di gomito e naturalmente mi appropriai di un pezzetto di terra nel nostro giardino; dopo cinque minuti c’era una piccola conca vuota e dopo due una collinetta di terriccio che nascondeva un’aspirante piantina piena di vita che però avrebbe dovuto aspettare la primavera per sbocciare.
Sapete cosa accadde? Il 22 marzo vidi un esile germoglio verde, che si faceva strada tra la terra e aveva già raggiunto l’aria aperta, facendo schiudere la vita del giardino che pochi giorni prima giaceva addormentato.
Classi seconde Primo classificato
COME OGGETTI
Martina Bertuzzi 2C
E’ stato un viaggio a dir poco disumano: ammucchiati uno sull’ altro, senza acqua né cibo, senza uno spiraglio di luce, senza aria, con un odore tremendo e con ben poche speranze di sopravvivere. Iniziò tutto così: ci ingannarono, garantendo una vita migliore a noi e alla nostra famiglia se li avessimo seguiti. Chi si rifiutava veniva trascinato con la violenza, a suon di frustate. Ci misero al collo un rigido collare di cuoio e ci incatenarono a due a due. Al luogo d’ imbarco eravamo disposti in lunghe file affollate, sotto il sole cocente; chi non resisteva alla lunga marcia veniva abbandonato e lasciato morire. Poi, man mano che salivamo sulla nave, venivamo marchiati con un numero per mezzo di un ferro rovente, purtroppo ne porto ancora oggi il segno sul braccio. E fu così che ci ammassarono in uno spazio impossibile per un essere umano: solo 50 cm,appena sufficienti per respirare. Non riesco a descrivere il forte dolore che provai nel veder morire la mia famiglia, i miei coetanei, il mio popolo. Tanto che, ad un certo punto, fui sul punto di lasciarmi andare. Ma qualcosa dentro me mi diede la forza di andare avanti, poiché pensavo (e speravo) che il peggio fosse passato. Mia moglie invece, visti morire i nostri figli, spinta dalla disperazione, si lasciò andare. Ricordo anche di un uomo, molto anziano, che fu gettato in mare dall’ equipaggio: che orribile scena! Al termine di questo tormentoso viaggio noi, pochi superstiti, venimmo lavati, rasati e lucidati con uno strano olio puzzolente. Strattonandoci violentemente giù dall’ imbarcazione, ci portarono al mercato dove fummo venduti all’asta come oggetti di scarso valore. Da lì è cominciato il lunghissimo e duro lavoro nelle piantagioni che ho svolto per tutta la vita: aggravato alla ferocia dei nostri padroni, senza cuore e senza scrupoli. Ora, sul letto di morte, ho voluto raccontare questa mia brutta storia nella speranza di una vita migliore per il resto della mia gente, sperando inoltre, con tutto il cuore, che altre persone non debbano subire ciò che ho subito io.
Classi terze Primo classificato
DIARIO DI UNA PECORA NERA
Cecilia Ricci 3C
Sono brutta, antipatica, rognosa, scorbutica, insopportabile, attaccabrighe e, in caso di pericolo, non vi sognate di venire a “belare” da me!! Odio il mio branco, così stupido, così pieno di pregiudizi; odio il mio mondo, così verde, così “bello”, così “pacifico” e poi odio, ed è triste da dire, la mia famiglia che non mi capisce, che non mi vuole apprezzare come normale perché … sono una pecora interamente nera! ecco, l’ho detto!
Questo è il motivo per cui mi vergogno, per cui addirittura mi faccio schifo MA DI SICURO NON MI INTERESSA POI TANTO, cosa credete?!
Il mio branco è composto da 25, stupidissime, pecore bianche: tutte così cariiiiine, così beeeeeeelanti che non le posso soffrire!! non ho neanche un’amica e, in dieci anni di vita, non c’è stata una pecora con cui io abbia potuto scambiare più di 15 parole una dietro all’altra.
La mia esistenza è condannata ad essere solitaria e … forse … in fondo in fondo, la colpa non è neanche tutta degli altri … sia chiaro che non sto dicendo che hanno ragione!
Non riesco a trovare niente di bello nel mondo, ma non credo possibile che non abbia niente di meglio da offrirmi solo perché sono scura di “pelo”! Penso che se gli altri sono così ciechi da fermarsi a questa superficiale differenza non riusciremo mai a progredire nel nostro personale sviluppo.
Oggi, mentre eravamo a pascolare erbetta fresca nei prati della valle, mi è capitato di vedermi riflessa nel ruscello, vicino a me c’era Pelledineve forse la più belante, insopportabile e sfortunatamente perfetta pecora del branco; appena mi vide in, come la chiama lei, contemplazione”, si mise a ridere ed esclamò:
- Ma come, Nerascorza, ancora ti guardi allo specchio? Tanto si sa che brutta sei e brutta rimarrai…
Tu pensa quello che vuoi caro” belario”, ma io ci sono rimasta male e in me si è accesa una sorta di desiderio di vendetta che non spegnerò fino a quando non regnerà la giustizia.
L’idea mi è arrivata così, come un fulmine che si schianta contro un albero, ed è più o meno questa: perché non coloro col carbone, che è ammassato vicino al nostro recinto, qualche piccola, pooooovera e indifesa pecorella bianca?
Capiranno così quanto io soffra e cercheranno di rendermi l’esistenza migliore.
….
….
Macché caro diario, macché …
Era andato tutto secondo i piani, la scorsa notte: avevo messo un po’ di carbone sotto il giaciglio di qualche pecora … e nell’attesa mi ero addormentata.
L’indomani, al sorgere del sole, l’ “incantesimo” aveva avuto il suo effetto: le pecore prese di mira erano diventate irrimediabilmente, meravigliosamente nere! Ma sul fatto del rispetto, una volta detto loro chi era stato e come, mi sbagliavo di grosso! Iniziarono a dire che così non si poteva andare avanti e beeeebeeeebeeeebeee… insomma, continuarono in un modo così barboso e così lungo che io non resistetti e la rabbia, che da troppo tempo abitava in me, trovò l’uscita; il risultato fu una disfatta, peggio di quella subita da un certo tipo che abitava in Francia e di cui non ricordo il nome… insomma, le pecore si arrabbiarono veramente tanto e io ho capito che in fondo la natura non può veramente cambiare, perché se sei qualcuno di “diverso” in un mondo di “uguali” la tua sorte non può cambiare.
Non scriverò più niente in queste pagine e passerò il resto della mia vita nel rancore.
Sono brutta, antipatica, rognosa, scorbutica, insopportabile, attaccabrighe, insomma una povera pecora nera.